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Abitare la cultura: case e spazi storici come motore di comunità

6 ott
Tempo di lettura: 5 min

Una casa storica può essere molto più di qualche camera da affittare per il weekend. Può diventare il posto dove un paese si ritrova, dove qualcuno decide di restare, dove arriva chi non sarebbe mai passato di lì.

A Solresol ci siamo arrivati partendo da un luogo preciso. Fundus è un cantinone scavato nel tufo del Monferrato: per decenni è servito a conservare il vino, oggi ospita concerti intimi, laboratori e mostre. Non abbiamo cambiato le sue pareti, abbiamo cambiato quello che succede dentro. È questa l'idea che vogliamo esplorare: la cultura diffusa come modo di far vivere - e rendere sostenibili - gli spazi di valore che oggi restano chiusi.


Tanti spazi, pochi usi


In Italia ci sono 46.000 dimore storiche vincolate, secondo il VI Rapporto dell'Osservatorio del Patrimonio Culturale Privato (novembre 2025). Quasi il 30% si trova in comuni sotto i 5.000 abitanti. I proprietari finanziano da soli l'85% dei lavori di manutenzione e restauro, con una media di oltre 50.000 euro l'anno per immobile.

Il 60% di queste dimore produce già un reddito. Ma il modello è sbilanciato: il 46% punta sull'ospitalità, solo il 13% su iniziative culturali e circa il 10% sugli eventi. E questo senza contare casali, fienili, cantine e piccoli opifici non vincolati, che nessuno censisce.

Intanto molti paesi si svuotano. Secondo le proiezioni Istat riprese da Scienza in rete, oltre l'82% dei comuni delle aree interne perderà abitanti entro il 2043. Nel 2024, 358 comuni non hanno registrato neanche una nascita.

Eppure il segno non è solo negativo. La stessa fonte cita un saldo migratorio positivo di circa 60.000 persone verso le aree montane tra il 2022 e il 2023. C'è chi torna, e c'è chi resta per scelta: l'antropologo Vito Teti lo chiama restanza, un restare che non è rassegnazione ma progetto. Per queste persone, però, una casa non basta: servono luoghi dove lavorare, incontrarsi, fare cose insieme.


Sei usi oltre l'affitto breve


L'ospitalità resta una buona entrata, ma non è l'unica. Questi usi possono convivere con le camere, alternarsi nelle stagioni o occupare la parte della casa che oggi resta chiusa.

Uso

Cosa succede nello spazio

A chi serve

Come può sostenersi

Sala per la comunità

Concerti intimi, letture, cinema, feste di paese

Residenti e visitatori

Biglietti, tessere associative, affitto serale a gruppi locali

Residenza d'artista o di mestiere

Artisti, artigiani o ricercatori vivono e lavorano lì per settimane, con laboratori aperti

Chi crea, i giovani del posto

Partner culturali, fondazioni, istituzioni che finanziano le residenze

Spazio di lavoro condiviso

Scrivanie, buona connessione, una cucina in comune

Chi lavora da remoto, chi è tornato o resta

Abbonamenti mensili, distribuiti su tutto l'anno

Aula e laboratorio

Visite didattiche, corsi, scuole di mestiere

Scuole, università, artigiani

Quote di partecipazione, convenzioni con enti di formazione

Stazione di posta

Sosta su cammini e itinerari lenti, con prodotti e racconti del territorio

Camminatori, cicloturisti

Vendita di prodotti locali, eventi, piccola ristorazione

Bene affidato alla comunità

Comodato o affitto a una cooperativa di comunità o a un'associazione che lo gestisce

L'intero paese

Canone o accordo di manutenzione con chi lo gestisce


L'uso didattico non è un'ipotesi: secondo l'Osservatorio del Patrimonio Culturale Privato, il 58% delle dimore storiche ospita già studenti. E le cooperative di comunità censite da AICCON e Legacoop sono 321, per circa il 70% nelle aree interne: interlocutori naturali per chi ha uno spazio e non può gestirlo da solo.



Quattro storie che ci incuriosiscono


Favara: sette cortili diventati un centro d'arte


Nel 2010 Andrea Bartoli e Florinda Saieva, un notaio e un'avvocata, hanno riaperto sette cortili abbandonati nel centro storico di Favara, in provincia di Agrigento. Da proprietà privata sono diventati Farm Cultural Park: mostre, una scuola di architettura per bambini, progetti con gli abitanti. Nel 2022 Vita contava 120.000 visitatori l'anno e 150 posti di lavoro stabili nati intorno al progetto.

Succiso: quando chiude il bar, apre la cooperativa

A Succiso, sull'Appennino reggiano, all'inizio degli anni Novanta chiudeva l'ultimo bar. La Pro Loco si è trasformata in impresa e ha fondato Valle dei Cavalieri, la prima cooperativa di comunità italiana. Oggi gestisce bar, emporio, ristorante, agriturismo e un caseificio, e porta i farmaci agli anziani. Il paese ha 52 residenti, ma nei fine settimana e d'estate arriva a oltre 350 persone.


Ostana: da sei abitanti a ottantacinque


Nel 2004 a Ostana, in valle Po, vivevano stabilmente sei persone. Il paese ha scelto di recuperare le case di pietra invece di costruirne di nuove, e di puntare sulla cultura: dal 2008 il Premio Ostana porta qui scrittori in lingue minoritarie da tutta Europa, dal 2012 c'è una scuola di cinema. Oggi gli abitanti sono circa 85 e nel 2016 è nato il primo bambino dopo 28 anni.


Casso: la scuola che riapre dopo il Vajont


La scuola elementare di Casso era chiusa dal disastro del Vajont del 1963. Nel 2012 Dolomiti Contemporanee l'ha riaperta come centro di cultura contemporanea per la montagna. Il metodo è lo stesso usato in altri siti dismessi delle Dolomiti: residenze d'artista, mostre, partner locali che mettono a disposizione spazi e competenze.

E qui, nel Monferrato

Sotto le case di nove comuni del Monferrato ci sono gli infernot, piccole stanze scavate a mano nella pietra da cantoni. Sono patrimonio UNESCO dal 2014, ma quasi nessuno si può visitare liberamente: sono privati e si aprono su prenotazione. È un tesoro nascosto per definizione. Fundus nasce da questa stessa geologia, e ci chiediamo quante altre cantine aspettano solo qualcuno che le racconti.


Cinque domande prima di aprire le porte


Nessuna di queste storie è partita da un business plan perfetto. Sono partite da uno spazio e da una domanda: a chi potrebbe servire? Prima di decidere, vale la pena chiedersi:

  1. Cosa manca in paese? Un bar, una sala prove, un posto dove i ragazzi possano studiare, un cinema? Lo spazio funziona meglio se risponde a un bisogno reale, non solo a un'idea.

  2. Quale parte della casa posso aprire? Spesso non serve tutto: una cantina, un fienile, un giardino, una sala al piano terra.

  3. Con chi posso farlo? Associazioni, Pro Loco, scuole, artisti, cooperative di comunità, il Comune. Gestire da soli è la strada più faticosa.

  4. Quanto tempo posso dedicarci? Un evento al mese, una stagione di residenze, un affidamento a chi lo gestisce tutto l'anno: sono impegni molto diversi.

  5. Come misuro se funziona? Non solo con l'incasso: anche con le persone che tornano, i progetti che nascono, chi decide di restare.


Una rete di spazi, non un elenco di indirizzi


A Solresol crediamo che uno spazio storico dia il meglio quando entra in relazione con altri. Una cantina che ospita un concerto, un casale che accoglie un artista in residenza, un fienile che diventa aula per un pomeriggio: insieme fanno un territorio vivo, non una collezione di case chiuse.

Per questo stiamo costruendo un network di spazi storici ripensati per l'oggi. E vogliamo sentire te:

  • Hai una casa, una cantina o un borgo che potrebbe ospitare cultura? Raccontacelo.

  • Conosci una storia come quelle di Favara, Succiso, Ostana o Casso, magari vicino a te? Segnalacela: potrebbe finire nel prossimo Ci incuriosisce.

  • E tu, cosa apriresti per primo — una sala per concerti, un posto per lavorare, un laboratorio? Scrivilo nei commenti.

Ti interessano i bandi per il recupero di borghi e immobili storici? Li trovi nella nostra sezione Sul radar.


Fonti

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